Da diversi anni sono ad stretto contatto con persone in condizione di fragilità. In questo tempo, tante sono state le occasioni in cui ho potuto osservare come le diverse forme di espressione artistica sono state un solido aiuto per raccontarsi e ritrovare se stessi.
Le persone a chi è rivolta la mia figura professionale sono anziani, residenti in CRA, affetti in sua maggiora di patologie dementigene, che compromettono il linguaggio verbale, le capacità logico cognitive, la psicomotricità… Riconoscersi (e farsi riconoscere dagli altri) come persone piene di diritto immersi nella voragine di una società di uso e consumo, lottando per non perdersi nei meandri di una mente che a volte compare frammentata, non è sempre un lavoro facile, soprattutto se si considera il contesto che circonda la persona anziana: i ruoli genitore-figlio in molte occasioni si capovolgono, l’ageismo, l’infantilizzazione della persona anziana, ecc.
Ed è là, in quel frangente che l’arte arriva a ricomporre, ad unire, a ricordare. Attraverso la storia di vita, la socializzazione, l’interventi significanti per la persona, si mette in evidenza che ogni persona è unica e meritevole di dignità, empatia e rispetto indipendentemente di diagnosi o età e che fin che la terra è sotto i nostri piedi la vita va vissuta, assaporata e sentita.
